La parola al prof. Kazadi Kalangu dell’Università dello Zimbawe, specialista in malformazioni cranio-spinali

“La famiglia è indispensabile. Bisogna ascoltare, spiegare con grande semplicità la malattia senza adoperare termini complicati. Bisogna sempre dire tutta la verità alla famiglia, in completa trasparenza, così da stabilire un rapporto di  fiducia. Capire che lavoriamo assieme e che abbiamo lo stesso nemico è già una grande vittoria. Quando la fiducia è instaurata, il resto viene automaticamente, in particolare le informazioni circa l’evoluzione del paziente ma anche l’adesione alla terapia. Anche se il paziente rifiuta la terapia, io rispetto la scelta e generalmente mantengo il contatto con la famiglia ed il paziente stesso”.

Il prof. Kazadi Kalangu, dell’Università dello Zimbawe, tratterà dell’idrocefalo e delle malformazioni dell’età infantile, come la spina bifida, nell’ambito del programma di “Neurochirurgia familiare”, l’incontro che il 30 settembre a partire dalle ore 10 nell’Aula Magna di Palazzo del Bo, organizzato dai due Dipartimenti Neuroscienze e Salute donna e bambino dell’Università di Padova con la collaborazione delle associazioni Alumni e Amici dell’Università di Padova. Insieme con lui, alla giornata di “Neurochirurgia familiare” parteciperanno il prof. Ennio Antonio Chiocca, della Harvard University, che parlerà dei tumori del sistema nervoso centrale in età pediatrica, il prof. Alessandro Olivi, della Johns Hopkins University e della Università Cattolica di Roma, che tratterà il tema dell’epilessia farmaco resistente in età pediatrica, il prof. Mario Zuccarello, del Mayfield Institute di Cincinnati, che affronterà il tema delle malattie cerebrovascolari e il prof. Alessandro Martini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova, che parlerà della neurofibromatosi e dell’esperienza padovana sulla preservazione e riabilitazione dell’udito in questa patologia.

Kalangu, che si è formato all’Università di Padova e alla scuola di neurochirurgia di Liegi, è attualmente professore di Neurochirurgia all’Università dello Zimbabwe e direttore del Master in Neurochirurgia della stessa università. È inoltre presidente dell’associazione delle società di Neurochirurgia in Africa. “Volevo ritornare in Africa per curare la popolazione africana a livello internazionale”, racconta. “Per far questo, dovevo acquisire una buona preparazione. Penso di avere avuto la fortuna di realizzare quello che sognavo. Se penso ad un valore che l’università, in Italia e poi in Belgio, mi ha trasmesso, mi viene in mente il fatto che i nostri professori erano veramente colti e ben preparati, erano entusiasti e trasmettevano questa loro gioia ad insegnare, fare ricerca e curare i pazienti. Ci hanno insegnato a continuare sempre a migliorare ed a migliorarsi, a superarsi continuamente, a essere ‘cronicamente’ curiosi (scientificamente), a leggere molto e continuamente”.

  • Per quale ragione il prof. Kalangu ha scelto di partecipare a “Neurochirurgia familiare”?

“Sono lieto di partecipare a questa giornata con le famiglie  perché ho sempre lavorato con la famiglia del paziente. Già quando mi stavo specializzando in neurochirurgia in Belgio, il mio professore Bonnal di Liegi riceveva tutte le famiglie dei pazienti il venerdì per rispondere a tutte le richieste di informazioni o chiarimenti. Arrivato in Africa, ho proseguito nello svolgimento di questa pratica perlopiù coinvolgendo la mamma, nel ruolo di ‘infermiera’ come persona resa ‘specializzata’ nell’assistenza del proprio familiare in conformità delle prescrizioni mediche del caso. Feci questa scelta per necessità, perché non vi erano i reparti di riabilitazione. Così ebbi dei bellissimi risultati con bambini affetti da idrocefalia e spina bifida. La mortalità che era del 75% prima del mio arrivo scese a 2% in due anni. Fu una vera e propria lezione di vita e compresi che la malattia coinvolge tutti noi: il/la paziente, la sua famiglia, il medico e gli infermieri e  anche la comunità. Se il lavoro di tutti va nella stessa direzione, i risultati sono generalmente ottimi. Mi aspetto da questa giornata una più grande ‘complicità’ con le famiglie contro le malattie o meglio per una ottima salute.

  • Cosa può, o deve, fare il medico rispetto ai familiari?

“Il più grande aiuto che il medico possa dare è quello di continuare ad ascoltare, a credere nel paziente anche quando la malattia è incurabile (per ora), a cercare di mettere in contatto le famiglie di pazienti con patologia simile. Bisogna riconoscere i  limiti come medico e anche i limiti della scienza, bisogna essere umili e dare la possibilità al paziente di provare altre opportunità terapeutiche purché non siano pericolose per la salute. E’ così che ho scoperto altre cure non descritte nei nostri libri per alcune malattie”.

  • Quali sono le ultime novità nell’ambito del trattamento neurochirurgico dell’idrocefalo e delle malformazioni dell’età infantile come la spina bifida di cui parlerà a Padova?

“La grande novità nel trattamento dell’idrocefalo è l’endoscopia, le valvole programmabili  ma otteniamo lo stesso dei bellissimi risultati con l’inserzione dei shunt o derivazione ventricolo peritoneale. Per di più, è il fatto di sapere che un intervento fatto molto presto nella vita può salvare la vita intellettuale del bambino. Per la spina bifida, la microchirurgia è stata di grandissimo aiuto. Credo che il futuro di queste malattie sia la prevenzione. Costa poco ed è efficace”.

  • C’è una storia di un bambino che ha operato che è emblematica delle possibilità di cura?

“Mi ricordo particolarmente  di una bambina che era nata con una spina bifida ed idrocefalo. Era un caso piuttosto difficile con una brutta prognosi. La operai lo stesso. La bambina ha adesso 27 anni, cammina da sola, ha studiato e lavora”.

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