“Gli Angeli e i Diavoli che affollano la mente. Un contributo per la cura integrale della persona” è il titolo della Lectio Magistralis con cui il professor Vito Mancuso ha aperto la seconda edizione di Neurochirurgia Familiare.
Proponiamo qui di seguito il testo integrale della lectio, su gentile concessione del professore Mancuso.

Le idee quali diavoli e quali angeli della mente

Una tavoletta cuneiforme dell’antica Babilonia racconta di un padre che ricevendo tra le braccia il figlio per dargli il nome, come si usava in quell’antica società, dopo averne osservato il corpo decide di chiamarlo Mîna-arni, cioè: “Qual è il mio peccato?”. L’aspetto di quel neonato è facilmente immaginabile, come anche è facilmente immaginabile il paradigma mentale che abitava la mente di quel padre, cioè quello di un mondo retto da una o più divinità che là in alto punisce o puniscono implacabilmente le colpe degli esseri umani.
Ho ricordato quel padre di 4000 anni fa per sottolineare come da sempre la mente abbia cercato di indagare il motivo del comportamento illogico della natura che da madre generosa si trasforma talora in crudele matrigna. Le domande possono riguardare la nascita e quindi afferire a malattia genetiche: “Perché mio figlio, perché mia figlia, è nato così?”. Oppure possono riguardare malattie sopraggiunte in seguito ma sempre con quel senso di tremenda ingiustizia suscitata dai bambini che si ammalano gravemente in tenera età: “Perché mia figlia, perché mio figlio, che è ancora così piccolo, si è ammalato tanto gravemente?”.
Lungo i secoli le religioni e le filosofie hanno cercato di rispondere a questa la domanda e le varie risposte si possono sostanzialmente ricondurre a queste quattro:
– perché Dio castiga;
– perché Dio intende rivelare qualcosa;
– perché la natura può sbagliare, ma Dio si serve di tali sbagli per realizzare il suo piano;
– perché Dio non esiste e la vita è affidata al cieco caso.
Io credo che tutte queste quattro risposte siano tali da alimentare quel senso di sconforto e di paura verso la vita a cui metaforicamente mi riferisco con l’espressione scelta come titolo di questa relazione dicendo “diavoli della mente”. La mente infatti può ospitare idee-diavoli, cioè idee che lacerano, che turbano, che dividono, come indica l’etimologia del termine diavolo (dal verbo diaballein). Essa però può ospitare anche idee-angeli, cioè idee che annunciano, che illuminano, che sono messaggere, come indica l’etimologia del termine angelo (dal verbo aggéllo). Mentre le prime idee tolgono energia e rendono la vita più cupa e più difficile, le seconde idee, le idee angeliche, immettono energia positiva e rendono la vita più luminosa e più attiva: senza togliere miracolosamente le difficoltà, mettono in grado di affrontarle con più coraggio. Conferiscono “il coraggio di esistere”; non cioè semplicemente di vivere o di sopravvivere, ma di esistere, verbo che viene dal latino existere, formato dalla preposizione ex, che in questo caso significa “fuori” e dal verbo sistere che significa “porre, collocare”, per cui propriamente esistere significa “collocarsi fuori”. Esiste chi si colloca fuori rispetto alla vita.
Ma come è possibile collocarsi fuori dalla vita? Lo si può fare solo se si possiede un’idea che diviene una specie di piattaforma su cui si può salire: si sale con la mente un po’ sopra la vita, ci si colloca sopra di essa, fuori di essa, e quindi si giunge a padroneggiarla perché la si vede come dall’alto. Mi sto riferendo all’importanza fondamentale di avere cioè una visione del mondo e di noi stessi al suo interno; all’importanza fondamentale della filosofia.
Ma come ho detto, le visioni del mondo sono diverse e possono essere negative perché deprimenti e colpevolizzanti, oppure positive. Possono essere diavoli oppure angeli della mente. E delle quattro principali risposte elaborate dalla tradizione in ordine alla domanda sul perché della malattia di bambini innocenti, io penso si debba parlare soprattutto come diavoli della mente, come ora argomenterò.

Primo diavolo della mente: Dio castiga, il dolore colpevole

La prima prospettiva è stata la più diffusa nel passato e penso lo sia ancora oggi, se non in occidente, di certo a livello mondiale. Secondo essa Dio governa ogni cosa con onnipotenza, quindi non può accadere nulla contro il suo volere. Dio inoltre governa con giustizia, quindi da lui non può arrivare nulla di ingiusto. Ne viene che se c’è una malattia, sicuramente prima c’è stata una colpa: la colpa è la causa, la malattia l’effetto. È quello che sosteneva uno degli amici venuti a visitare Giobbe che piangeva la morte dei figli: “Può forse Dio sovvertire il diritto o l’Onnipotente sovvertire la giustizia? Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, egli li ha abbandonati in balìa delle loro colpe” (Giobbe 8,3-4). Con lo stesso criterio un altro amico motivava la malattia di Giobbe: “L’iniquità è nella tua mano, l’ingiustizia nelle tue tende” (Giobbe 11,14). Il dolore suppone sempre una colpa, è sempre colpevole.
Si tratta di una concezione, detta teoria della retribuzione, largamente attestata nella Bibbia. Anche i discepoli di Gesù la condividevano, come appare dalla loro domanda alla presenza di un cieco: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Giovanni 9,2). Sulla risposta di Gesù mi soffermerò dopo, per il momento dico che questa prospettiva si ritrova tale e quale nel Corano. Il libro sacro dell’islam lega al decreto divino tutto ciò che accade nel mondo, nascita compresa. Dio “è colui che vi plasma nel ventre delle madri, come vuole” (sura 3,6), quindi è logico ritenere che “ogni malore che vi colpisce vi colpisce per quel che meritarono le vostre mani” (sura 42,30).
Nelle religioni orientali (hinduismo, jainismo, buddhismo, sikhismo) è centrale il concetto di karma, la legge universale e infallibile che presiede la natura e raccoglie il succedersi caotico dei fenomeni all’insegna della giustizia secondo una visione morale del mondo. Scrive la più antica Upanishad: “Quando si dice che qualcuno è in un certo modo, qualche altro in un altro modo, si deve intendere che si diventa tali a seconda delle proprie azioni, del proprio comportamento”. Se quindi si nasce in un corpo malato, o in una casta inferiore, è a causa delle azioni poco nobili delle vite passate.
Questa prima prospettiva spiega quindi le malattie all’insegna della colpa, individuando i colpevoli o nei genitori e negli avi oppure nello stesso malato.

Secondo diavolo della mente: Dio manda dei segni, il dolore rivelativo

Dall’antica Roma fino alla prima metà del Novecento i malati più visibilmente colpiti a livello genetico venivano chiamati mostri. Cicerone spiega perché: “Sono chiamati mostri poiché mostrano”. La natura segue un corso regolare, ma talora gli uccelli volano in modo diverso, la terra trema, il cielo si oscura o vi appaiono oggetti più luminosi del solito. La nascita di corpi anomali rientra in questi segnali particolari. Così Lutero equiparava i casi più eclatanti alle eclissi (“le eclissi sono prodigi come le nascite dei mostri”), mentre Montaigne vedendo due gemelli siamesi pensava che “questo doppio corpo e queste membra diverse collegate a una sola testa potrebbero fornire al re un pronostico favorevole”, anche se poi il suo scetticismo lo portava a diffidare dal prendersi sul serio.
Penso che anche la risposta di Gesù ai discepoli che avevano domandato chi avesse peccato per la cecità di quell’uomo si debba collocare in questa prospettiva: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Giovanni 9,2). Anche il brano di Luca 13,1-5 è collocabile in questa prospettiva:

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Secondo Gesù né i Galilei fatti uccidere da Pilato né i morti per il crollo della torre di Siloe a Gerusalemme erano colpevoli e meritevoli di quella morte; la loro fine è interpretata piuttosto da Gesù come un avvertimento, come un segnale mandato da Dio per la conversione di tutti.
Il destino di alcuni esseri umani, o la malattia che segna il loro corpo o per la disgrazia improvvisa che li conduce alla morte, viene interpretato come occasione per la manifestazione divina.

Terzo diavolo della mente: Dio educa, il dolore pedagogico

Mentre le prime due risposte riconducono le malattie direttamente a Dio, questa terza le riconduce a una causa diversa (la natura, gli uomini, il diavolo), aggiungendo però che Dio, che di per sé potrebbe impedirle, le permette. E perché le permette? Per trarre da esse un bene maggiore. È quanto insegna il Catechismo della Chiesa cattolica attualmente in vigore citando san Tommaso d’Aquino: “Dio permette che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande”.
Qual è questo bene più grande? Le varie risposte sono riassumibili in una sola: la salvezza. Queste malattie, che Dio di per sé non vuole ma che sapientemente utilizza, rappresentano così una specie di pedagogia del dolore innocente (per riprendere il titolo di un libro di don Carlo Gnocchi del 1953). Tale dolore innocente ci ricorda che la salvezza è stata ottenuta attraverso la croce di Cristo, il dolore innocente per definizione, e questo ci fa comprendere la portata salvifica del dolore, sostenuta ancora da Giovanni Paolo II in un documento del 1984 intitolato Salvifici doloris. Chi fa sua questa visione spesso giunge a considerare i malati e i sofferenti come dei privilegiati, degli eletti da Dio, che completano nella loro carne, come scrive san Paolo, “quello che manca ai patimenti di Cristo” (Colossesi 1,24).

Quarto diavolo della mente: La posizione dell’assurdo e il rifiuto assoluto del dolore

Se le spiegazioni tradizionali sul perché della malattia (o colpevole, o rivelativa o pedagogica) non vi risultano convincenti per la loro insostenibilità etica in quanto la persona umana viene da esse considerata in funzione strumentale, siete in buona compagnia. Tale insufficienza del pensiero tradizionale ha finito per generare la ribellione di molti che sono giunti a cancellare il divino e a porre il caso e talora l’assurdo quale sigla complessiva del tutto. In questa prospettiva la presenza del male in natura risulta così priva di giustificazioni plausibili da condurre al nichilismo, cioè alla considerazione della vita nel suo insieme come priva di ragione e di speranza. Nell’uomo cioè si può anche dare un desiderio di bene e di giustizia, ma non c’è nessun principio o senso complessivo cui legarlo, perché il male e la morte comunque vincono, manifestando il nulla da cui veniamo e verso cui andiamo. Chi fa sua questa visione del mondo o vive nell’angoscia permanente o cerca di non pensare in alcun modo al negativo rifugiandosi in evasioni e consolazioni di ogni tipo.
Siamo all’estremo opposto del dolorismo di una certa tradizione cattolica. Mentre infatti per questa tradizione il dolore è un valore che va persino coltivato, per il nichilismo esso è un disvalore assoluto da bandire in ogni modo, così che coloro che ne vengono colpiti sono da tenere il più lontano possibile dagli occhi: di loro neppure se ne deve parlare. Dalla vita si deve trarre il più ampio piacere possibile e quindi va bandito ogni accenno a malati e malattie. Tale rifiuto di considerare le manifestazioni del dolore e del lutto è assoluto, per non dire ossessivo.

L’angelo della mente: la prospettiva evolutiva

Le malattie che colpiscono i bambini (e che io nel loro insieme definisco dolore innocente) manifestano nel modo più chiaro l’aporia del pensiero occidentale, sia credente sia no: esso appare incapace di integrare il dolore in una sostenibile visione del mondo che dia conto di tutti gli aspetti della vita, di quelli sensati e di quelli insensati, di quelli logici e di quelli assurdi. Le malattie infatti hanno a che fare con il senso della vita di ognuno, secondo il principio formulato da pensatori di forte spessore quali Kierkegaard, Florenskij, Wittgenstein:
– Kierkegaard: “Se si vuole studiare correttamente l’universale è sufficiente ricercare una reale eccezione. Essa porta alla luce tutto più chiaramente… Le eccezioni esistono. Se non si è in grado di spiegarle, non si è nemmeno in grado di spiegare l’universale”.
– Florenskij: “Talvolta alla natura sfugge qualcosa… dice qualcosa di diverso… Ed è lì che bisogna guardare… Là dove c’è una deviazione dal consueto, è là che va cercata la deviazione spontanea della natura… La malformazione fisica, la pazzia, i veleni, le malattie mortali, ogni sorta di forza distruttrice della materia… se c’è un posto dove la natura si lascia scappare una parola di troppo, è lì”.
– Wittgenstein: “Perché è così importante ritrarre con precisione le anomalie? Se uno non sa farlo, vuol dire che nei concetti non ci si ritrova”.
Da queste affermazioni di comprende che alla verità ci si avvicina solo pensando l’intero, cioè regola + eccezioni. Non è vero che le eccezioni confermano la regola; né è vero che distruggono ogni regola. È vero piuttosto che la regola è data da tutto ciò che avviene: casi normali + eccezioni, fisiologia + patologia, logos + caos. Il che significa che la regola si muove, diviene, evolve. Per questo l’unica prospettiva in grado di offrire qualche raggio di luce è la visione evolutiva del mondo.

Vi leggo quanto scriveva a questo proposito Pierre Teilhard de Chardin, gesuita, teologo, scienziato, non senza avvertirvi prima che per apprezzare appieno il testo occorre tenere presente che le metafore militari derivano dal fatto che Teilhard aveva partecipato come barelliere in prima linea alla Prima guerra mondiale:
“In un universo in cui ogni creatura costituisce una piccola totalità tutta chiusa e voluta per se stessa, la nostra mente farebbe fatica a giustificare la presenza di individui dolorosamente fermati nelle loro possibilità e nel loro slancio. (…) Invece il mondo rappresenta un’opera di conquista attualmente in corso (…) un immenso andare a tentoni, un’immensa ricerca, un immenso attacco: i suoi progressi possono compiersi solo a prezzo di molti fallimenti e di molte ferite. A qualunque specie appartengano, i sofferenti sono l’espressione di questa condizione austera ma nobile. Non rappresentano elementi inutili e diminuiti. Pagano piuttosto per la marcia in avanti e il trionfo di tutti. Sono dei caduti sul campo dell’onore”.
Tutto questo significa che siamo esposti alla contraddizione. Il processo vitale è al contempo occasione di passione in senso negativo, cioè come malattia e sofferenza, e di passione in senso positivo, cioè come gioia e vitalità. La saggezza lo vede e si dispone a vivere la vita senza rifiutare né l’uno né l’altro.
Perché ci sono le malattie? Perché la vita è un processo che scaturisce dal basso, un delicato equilibrio tra sistemi fisici, chimici, biologici. Nessuna delle parti che compongono un essere vivente è vivente: non lo sono gli atomi, né le molecole, né le macromolecole delle proteine, degli zuccheri, dei lipidi, degli acidi nucleici. Però dall’aggregazione delle componenti fondamentali la vita emerge. I credenti vedranno questa scaturigine come frutto di una natura orientata verso la vita e l’intelligenza, secondo la modalità più adeguata di intendere la creazione che la pensa come creatio continua. I non-credenti giudicheranno in altro modo: chi rimandando a una fortunata combinazione, chi ipotizzando una pluralità di universi all’interno della quale era quasi normale che nel nostro si sviluppasse la vita, chi altro ancora. In ogni caso per chiunque voglia prendere atto della conoscenza contemporanea, non è possibile prescindere dalla prospettiva evolutiva e processuale.
È in questa prospettiva che vanno comprese le malattie. Esse ci dicono che l’uomo è natura, fragile natura come ogni altra parte del cosmo, esposto alle ferite del caso. Esse però ci dicono anche altro: che l’uomo è più della semplice natura, è volontà di guarire, e, se non è possibile, comunque di curare. L’umanità sa prendersi cura e in questo si dà la luce più intensa che da essa possa scaturire.

In conclusione che dire a chi si trova a convivere con una malattia rara, o in prima persona o sulla carne dei propri cari? La mente infatti ha bisogno di significati mediante cui interpretare la realtà, noi non siamo diversi da quel padre babilonese di 4000 anni fa.
Alcuni interpretano questa situazione come un castigo e una penitenza. Altri come un privilegio, perché la pensano come l’occasione di una rivelazione divina o di una ravvicinata partecipazione alla passione redentrice di Cristo. Altri l’interpretano come una disgrazia assoluta, la più abissale delle ingiustizie, una nera tragedia senza speranza. Io penso che la prospettiva più saggia consista nel viverla in unione con la costruzione del mondo, pensando la natura come un immenso laboratorio e ogni esistenza come un esperimento, e sapendo che perché un esperimento possa riuscire, altri sono destinati a fallire. Ma è solo grazie a questi fallimenti, che quel successo è possibile.
Di fronte ai fallimenti però gli esseri umani sanno reagire. Reagiscono anzitutto sviluppando la ricerca scientifica per conoscere sempre meglio le malattie e così un giorno sconfiggerle. Reagiscono in secondo luogo creando senso umano laddove il senso naturale ha fallito, con l’assegnare pari dignità agli esseri umani cui la malattia ha procurato gravi handicap. E infine reagiscono curando amorevolmente anche laddove la guarigione risulta impossibile. Producono così solidarietà e gratuità, e superano la prospettiva che guarda alla vita solo all’insegna dell’utilitarismo e dell’edonismo. Siamo al cospetto del bene, l’evento più nobile cui la vita possa partecipare.

Appendice: Dimensione etica

La dimensione etica del problema concerne diversi aspetti, tra cui i seguenti:
– la gestione delle risorse economiche: è giusto investire ingenti somme di denaro pubblico in cure e in ricerche che potrebbero più utilitaristicamente essere investite in malattie che riguardano un numero molto maggiore di persone?
– il riconoscimento della parità dignità umana: un noto filosofo australiano, Peter Singer, arriva ad affermare che un animale biologicamente sano, in grado quindi di trasmettere la vita, ha più valore di un essere umano irrimediabilmente malato. Al di là della provocazione, la questione sollevata riguarda il criterio dell’umanità: che cosa contraddistingue un essere umano rispetto agli altri viventi? La ragione? L’intelligenza? Lo spirito? La capacità di autodeterminazione e di libertà? Se tutte queste qualità sono assenti, come avviene in alcuni casi, cosa bisogna fare? A quale criterio ci si deve appellare per dire che sono esseri umani con la medesima dignità ontologica di ciascuno di noi?
– vi è poi la trasmissione della conoscenza, sulla quale mi soffermo di più.
Qui la questione è: è sempre giusto far sapere ai genitori la condizione del loro bambino? Se essa è evidente a occhio nudo (come per il padre dell’antica Babilonia), il problema ovviamente non si pone. Ma se non lo è? Intendo dire: se le analisi hanno mostrato una difformità genetica, ma essa è ancora allo stato latente e nessuno sa se si svilupperà o no, e se sì quando, è giusto, è umano, dire comunque come stanno le cose?
Credo che la gran parte di noi sia portata a dire immediatamente di sì, argomentando col dire che così la malattia potenziale viene tenuta sotto controllo e ai primi sintomi la si può fronteggiare a dovere, ed è noto quanto in medicina possa risultare decisivo il fattore tempo. In questo modo però forse si sottovalutano una serie di problematiche psichiche che giungono a riguardare anche il corpo (perché psiche e corpo non solo sono strettamente connesse, ma ultimamente sono la medesima realtà che si manifesta in due forme diverse). Tutti conoscono il cosiddetto effetto placebo: si somministra al paziente dell’acqua zuccherata dicendo che è una medicina e il paziente sta meglio. Una serie di test accreditati scientificamente hanno dimostrato che questo è un dato di cui occorre semplicemente prendere atto. Che piaccia o meno, siamo fatti così. Non vi è però solo l’effetto placebo, vi è anche l’effetto opposto, detto effetto nocebo. Si ipotizza a un malato che ha contratto una determinata malattia e questa diventa come una specie di tunnel o di imbuto che attrae verso di sé per poi effettivamente conclamarsi. Il che porta a questa domanda: non c’è il rischio che dicendo ai genitori della malattia del bambino gli si crei attorno un clima perturbato, ansioso, innaturale, che trattando fin dall’inizio il piccolo come un malato grave lo trasforma al più presto in questa condizione rendendo la possibilità latente una dolorosa ed effettiva realtà? E non c’è il rischio di togliere a quella famiglia anche quei pochi o tanti momenti di innocenza, di vita spensierata, di gioia senza ombre?
A mio avviso la risposta giusta a questa domanda è sì, quel rischio c’è e sottovalutarlo (dicendo più o meno così: “io dico come stanno le cose, mi copro le spalle e poi se la vedano loro”) sarebbe un errore, non piccolo peraltro. Che fare quindi? Tacere, impedendo così il monitoraggio costante della situazione?
Credo che nessuno abbia la soluzione pronta, anche perché essa dipende da caso a caso, da famiglia a famiglia. In sintesi penso comunque che si debba dire ai genitori qual è lo stato di salute del loro figlio, dicendo però anche il pericolo che corrono loro avendo questa conoscenza. Occorre cioè dare la conoscenza e le istruzioni per l’uso della conoscenza. Dicendo più o meno così: “Il vostro bambino, la vostra bambina, potrà un giorno sviluppare questa malattia, ma non è detto che questo avverrà. Voi dovete amorevolmente vigilare. Senza immettere ansia però, al contrario dandogli la più ampia serenità possibile, facendolo vivere nell’ambiente più gentile e più affettuoso che potete. Accarrezzatelo più che potete. Passate tanto tempo insieme a lui. Fategli sentire tutto il vostro amore, la vostra energia vitale. Circondatelo di cose belle, educatelo fin da piccino alla bellezza”.

Anche se il corpo è grave, non dimenticare mai che quel corpo contiene un’anima che vuole comunicare (il caso di Flavio Emer e di Matteo Nassigh).

Alleanza, ovvero logica relazionale

Tutto è un sistema, tutto è relazione; non esiste ente che non sia dentro un sistema ed esso stesso un sistema e questa logica relazionale dell’essere caratterizza tutto ciò che ci circonda. Quindi la qualità della nostra salute dipende dalle nostre relazioni, così come, in ambito medico, ne dipende la qualità della terapia. L’efficienza della cura non può prescindere da questa relazionalità, che genera fiducia e armonia ed è nutrita dal totale affidamento da parte dei familiari al medico e dal rispetto e dalla deontologia del medico.
Il terreno comune dell’alleanza è ovviamente il bene del bambino, la qualità sua della vita. Io non sono un bio-eticista, non mi occupo di questi temi in maniera formale, ma non ho dubbi, come ho sempre sostenuto, che la risposta sta nel bene della persona. E qui ovviamente ci sono due estremi da evitare:
– il non prendersi cura delle patologie rare o destinate a non essere mai guarite, come invece è giunto a sostenere il filosofo australiano Peter Singer;
– l’accanimento terapeutico, contro il quale Giovanni Paolo II disse le famose parole: “Lasciatemi andare”, rivolgendosi ai medici che intendevano perseverare nelle cure.

Medicina come arte, spiritualità come arte: arte del curare, arte del vivere

Concordo pienamente con il prof. D’Avella secondo cui la medicina non è una scienza esatta, ma è arte, suffragata da esperienza maturata sul campo. Ovviamente senza la scienza l’arte medica non potrebbe consistere, ma non la scienza, per quanto necessaria, non è sufficiente a costituire il complesso di pratiche che chiamiamo medicina, e il cui nome già rimanda nella sua radice med alla ricerca dell’equilibrio, della via di mezzo, della mediazione, del medium, tra scienza oggettiva e paziente concreto (alcune terapie per un paziente risultano salutari, per un altro no, e il compito del medico sta nel capire quali siano le terapie più adatte alla condizione di ogni singolo paziente).
Io penso che lo stesso valga per la teologia, che io subordino decisamente alla spiritualità in quanto terapia dello spirito cioè della libertà. Sono portatore di una visione della teologia che non interpreta se stessa come la luce sfolgorante della verità che illumina senza residui di sorta le zone d’ombra dell’umana esperienza. Come la medicina, anche le risposte della teologia attraversano molte zone d’ombra, e non è detto che ne sappiano uscire. A volte anzi immergono nell’ombra, nel buio, nella notte, come testimoniano non pochi mistici, tra cui san Giovanni della Croce che scrisse un trattato dal titolo La notte oscura.
La medicina (in quanto cura del corpo) e la spiritualità (in quanto cura della libertà) non sono scienze esatte, sono arti. Il che significa che necessitano di una dimensione creatività per entrare veramente in contatto con l’essere umano che di volta in volta è loro affidato. E così come esiste una dogmatica teologica che corre il rischio di irrigidire il rapporto inscrivendo il singolo dentro schemi prefabbricati di peccati e di espiazioni relative, penso che allo stesso modo esista una dogmatica medica che può correre gli stessi rischi. Per evitarli la medicina e la spiritualità devono guardare sempre alla verità del singolo paziente. In particolare la spiritualità riesce nel suo compito se genera motivazione, energia positiva, pensieri che sciolgono la paura e nutrono la fiducia e la speranza. Io penso che questo sia fondamentale anche per la cura del corpo. La spiritualità deve prendersi cura della dimensione soggettiva, fatta di ansia e paure, sogni e aspettative, e io penso che il medico possa ancor più migliorare nel suo lavoro se alle conoscenze scientifiche sa affiancare una dimensione umanistica. Saprà così parlare a quella parte irrazionale che pure ci costituisce.

Sabato 10 novembre a Palazzo Bo di Padova la seconda edizione di Neurochirurgia Familiare

Ott 17, 2018

Ricerca, formazione, cura ma anche dialogo con i pazienti, le famiglie e le associazioni. Nasce per accorciare le distanze tra chi cura, chi è curato e la sua famiglia, Neurochirurgia Familiare, la cui seconda edizione è in programma sabato 10 novembre a partire dalle ore 9:30 nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Padova.

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